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S.O.S. bullismo! Cosa fare?

Scritto da
Educazione alimentare dei bambini

È utile fare un po’ di chiarezza, spesso infatti si etichettano come “atti di bullismo” comportamenti che in realtà sono episodi isolati di angherie e dispetti tra ragazzi, o vicende di cronaca che incoronano un ragazzo prepotente come “bullo”.

Per parlare di bullismo devono esserci almeno il bullo e la vittima, spesso anche gli spettatori.

Non è considerabile atto di bullismo un singolo episodio di angheria tra ragazzi, ma tra l’autore e la vittima deve instaurarsi una relazione (ad esempio la vittima è sempre la stessa). Il litigio tra pari non può essere considerato bullismo.

 “Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni. tali azioni negative possono essere realizzate con contatto fisico, parole, o in altri modi, come smorfie e gesti, e un’intenzionale esclusione da un gruppo” (Olweus, 1996)

Vediamo insieme quali sono le caratteristiche principali:

  • asimmetria: relazione tra bullo e vittima caratterizzata da uno squilibrio di forze, quindi non un litigio tra due ragazzi con uguale forza fisica o psicologica
  • persistenza: comportamenti messi in atto ripetutamente nel corso dei mesi.

Anche un episodio singolo, se di grave entità, può essere considerato una forma di bullismo, se caratterizzato dall’intenzione di arrecare danno ad un’altra persona, non riuscendo a comprendere la sofferenza della vittima.

Ma come si fa a capire se un bambino o un ragazzo è vittima di bullismo?

Purtroppo, non esiste un unico ‘segnale’, forte e inequivocabile, che aiuti i genitori a capire al volo quando il figlio soffre per le offese costanti che riceve a scuola.

Spesso il bambino manifesta il suo malessere comportandosi in maniera un po’ diversa dal solito.

Se un ragazzo, per esempio, che non ha mai avuto difficoltà a scuola, ha un calo improvviso nel suo rendimento, significa che qualcosa non va. In genere, inizia anche a dedicare meno impegno ai compiti assegnati e si mostra poco motivato e talvolta apatico. Può iniziare a manifestare anche disturbi del sonno e cambiamenti nel modo di alimentarsi.

Inoltre, chi è vittima di atti di bullismo non mostra più il medesimo interesse nei confronti dei coetanei e manifesta invece atteggiamenti di ritiro e isolamento, si chiude in casa e nessuno viene a trovarlo, né riceve inviti per feste o altri eventi.

Il bambino fragile si chiude ancora di più, a casa non parla, magari diventa irritabile e scontroso. In ogni caso, è importante che i genitori notino tutti quei piccoli segnali di trasformazione che non fanno parte del temperamento abituale del figlio.

A volte, può anche capitare, per esempio, che spariscano piccole somme di denaro da casa o dal portafoglio del genitore perché il bullo ferma periodicamente il ragazzo e gli chiede dei soldi.

Un altro campanello d’allarme da parte di chi si trova nel mirino dei bulli è accusare malesseri fisici di varia natura. I classici mal di pancia o di testa spesso rappresentano un pretesto per evitare la scuola.

La simulazione di malesseri fisici, quando non sia una vera e propria somatizzazione, è una reazione piuttosto diffusa: è infatti molto difficile per un ragazzo condividere con il genitore gli episodi negativi e  frustranti che vive tra le mura scolastiche, a causa della vergogna che prova per non riuscire a difendersi e a farsi in qualche modo rispettare.  Inoltre, spesso può esserci alla base anche il timore che l’intervento dell’adulto confermi ulteriormente la sua percezione di debolezza.

Cosa deve fare il genitore?

Fondamentalmente “esserci per il proprio figlio” aprirsi al dialogo rispettando il silenzio e i tempi del ragazzo.

Quando un genitore teme che il figlio sia soggetto ad atti di bullismo è indispensabile mantenere aperto il dialogo. Ma l’adulto non dovrebbe, in nessun modo, mettere il ragazzo sotto pressione.

Niente frasi, tipo: ‘Ma dai, parla, insomma, cosa sta succedendo a scuola?’ Un atteggiamento del genere farebbe chiudere ancora di più il ragazzo.

In una dimensione di dialogo è importante invece rispettare anche i momenti di silenzio. Il figlio deve poter sentire che il genitore è sempre presente per lui, in ogni situazione, anche se difficile.

Con il tempo, questa fase può essere superata e il figlio arriva a confidarsi raccontando in modo spontaneo cosa accade.

Accanto al dialogo, l’altro elemento fondamentale per aiutare la vittima di atti di bullismo, è offrire disponibilità e presenza, dedicare del tempo al proprio figlio e protezione, per esempio, accompagnandolo i a scuola e aspettando che entri o esca alla fine delle lezioni.

Quando il sospetto si trasforma in certezza, è assolutamente indispensabile informare la scuola di cosa sta succedendo. Il primo passo è parlarne con gli insegnanti della classe o con il coordinatore e valutare  una possibile strategia di azione. E’ importante ricordare anche che bullo e vittima si pongono lungo un continuum, entrambi hanno una fragilità di fondo e hanno una propria storia spesso traumatica ed è opportuno trovare la modalità di intervento più adeguata.

In sostanza, non si può ridurre il bullismo a un problema di un singolo alunno. Occorre sensibilizzare, oltre ai ragazzi coinvolti, anche intere classi, istituti, docenti e famiglie.

Questo fenomeno, infatti, tende ad autoalimentarsi nel tempo. È molto raro che gli episodi aggressivi scompaiano  in modo spontaneo, in assenza di un intervento mirato ed efficace.

Inoltre, è possibile che i docenti ignorino o non abbiano una chiara percezione della frequenza e della gravità di queste situazioni all’interno delle proprie classi. I bulli, infatti, agiscono spesso indisturbati durante la ricreazione, negli spazi esterni o nel tragitto da e verso la scuola.

E’ importante non sottovalutare questo fenomeno, infatti la ricerca riporta che il bullismo procura danni nel lungo periodo a tutti gli attori, non soltanto quindi alla vittima che lo subisce, ma anche al perpetratore.

I bambini esposti di frequente al bullismo possono sviluppare diverse psicopatologie da adulti, anche in assenza di sintomi psichiatrici infantili.

In particolare, secondo il gruppo di Sourender e colleghi, l’esposizione a comportamenti aggressivi nell’infanzia sarebbe associata nell’età adulta a schizofrenia, psicosi, depressione e abuso di sostanze.

Association of Bullying behavior at 8 years of age and Use of Specialized Services for Psychiatric Disorders by 29 years of age.  

Andre Sourander, MD, PhD; David Gyllemberg, MD, PhD; Anat Brunstein Klomek, PhD; et al

Le vittime di bullismo durante l’infanzia vanno incontro a un maggior rischio di sviluppare disturbi d’ansia in età adulta, mentre coloro che sono stati sia vittime che bulli hanno un rischio maggiore di depressione e disturbi di panico. Le vittime di genere femminile sarebbero a rischio di agorafobia, mentre i maschi incorrono in un maggior rischio suicidario. I bulli sarebbero a rischio di sviluppare un disturbo antisociale in età adulta.

Adult Psychiatric and Suicide Outcomes of Being Bullied by Peers in Childhood and Adolescence

W.E.Copeland, PhD; D.Wolke, PhD, A.Angold, MRCPsych, and E.J.Costello

JAMA PSYCHIATRY, 2013

Alcuni riferimenti bibliografici

Contrastare il bullismo, il cyberbullismo e i pericoli della rete, E. Buccoliero, M. Maggi, Franco Angeli Editore, 2017

L’età dello tsunami. Come sopravvivere a un figlio preadolescente, A. Pellai, B. Tamborini, De Agostini, 2017

Bullismo e Cyberbullismo, G.M. Buquiè, Maggioli Editore, 2016

Gli interventi antibullismo, G.Gini, T.Pozzoli,, Carocci Editore, 2011